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Elezioni2018, tracollo Pd: al Nazareno è già aria di regolamento di conti

«Stiamo seguendo come tutti l'evoluzione dei risultati ed è chiaro che si tratta di una sconfitta molto evidente e molto chiara, molto netta». Lo dice il vicesegretario del Pd...
«Stiamo seguendo come tutti l'evoluzione dei risultati ed è chiaro che si tratta di una sconfitta molto evidente e molto chiara, molto netta». Lo dice il vicesegretario del Pd Maurizio Martina al Nazareno.

Nell'ora più buia del Partito democratico, Matteo Renzi è al Nazareno. Ma accarezza l'idea di lasciare, dimettersi. Voleva aspettare lo spoglio a casa, nella sua Firenze, e invece pochi minuti prima della chiusura delle urne varca la soglia della sede nazionale del Pd. E detta la linea: va male, andiamo all'opposizione.

Dopo il flop del Pd Renzi si dimetterà? «Domani il Pd terrà una conferenza stampa e in quell'occasione Renzi farà le sue valutazioni, Matteo non si è mai sottratto alle sue responsabilità», ha detto il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato.

Il «tesoretto» del 40% alle europee, che segnò l'ascesa a palazzo Chigi, è evaporato, dimezzato. E il segretario si prepara a una resa dei conti che potrebbe passare dal tentativo di condizionarne le scelte, nelle trattative per il governo. Un redde rationem che potrebbe lui stesso anticipare. Con il passo indietro. Aveva escluso di mollare la segreteria, Renzi. Ma con il passare delle ore e con il trend che sembra attestare il Pd sotto il 20% ai minimi storici, sembra accarezzare l'idea di essere coerente con la propria storia e assumersi in pieno la responsabilità della sconfitta.

Nel suo ufficio al secondo piano del Nazareno segue i dati con Matteo Orfini, con lui ci sono i fedelissimi, da Martina a Luca Lotti a Lorenzo Guerini. La linea decisa alla vigilia (guida salda del partito e «opposizione»), vacilla man mano che i dati vanno oltre le più buie previsioni. Renzi si rammarica di una campagna elettorale
subita: impostata, contro la propria indole, come chiedeva il partito (avanti la squadra, toni bassi e proposte concrete). Ma al dunque, i dati pesano. L'elettorato del Pd sembra essersi rimpicciolito, anche al netto della scissione. Si pagano gli anni di governo, nonostante i dati del Pil positivi e tutti i risultati elencati allo sfinimento in campagna elettorale.

Paolo Gentiloni segue lo spoglio da Palazzo Chigi. I «big» non-renziani del partito non si vedono al Nazareno. Non ci sono i ministri Graziano Delrio e Dario Franceschini, non ci sono i leader della minoranza Andrea Orlando e Michele Emiliano. Aspettano dati più certi per parlare: tra gli orlandiani c'è chi spinge perché sia inoltrata al segretario la richiesta di dimissioni. Ma ora, in una fase così difficile, c'è da gestire la partita del governo, dove gli altri daranno le carte. Perciò c'è chi, anche nella minoranza del partito, pensa che non sia il momento che il segretario resti e invoca piuttosto una gestione collegiale.

Dalla minoranza, fermamente contraria a ipotesi di larghe intese, potrebbe levarsi nelle prossime ore anche la richiesta di andare a «vedere» sul serio le carte dei Cinque stelle. Un governo con i grillini e gli ex compagni di LeU (per quanto anche loro 'rimpicciolitì dal voto) potrebbe essere anche un viatico per la ricostruzione dell'unità a sinistra. Ma il segretario è contrario a questa ipotesi e su questo non sembra aver cambiato idea. Certo, le cose potrebbero cambiare, se tra qualche ora non fosse più lui il segretario. 

«Il Pd andrà all'opposizione». È stato Rosato, in tv da Bruno Vespa, a sdoganare sin dai primi exit poll la parola che tutti temevano ma nessuno osava pronunciare al Nazareno fino a oggi. Una lettura apparsa subito scontata, con i numeri delle urne che di ora in ora hanno lasciato pochi margini ai dem, addirittura con l'asticella del 20% diventata difficile da agguantare. «Un tracollo. Una debacle», si è lasciato sfuggire persino qualche renziano scorrendo i numeri davanti alla tv.

«Complimenti a Leu», è stato uno dei commenti di Renzi tra un exit poll e una proiezione. Ma lo schema di buttare la croce sugli scissionisti regge solo fino a un certo punto, visti i risultati poco lusinghieri raggiunti dai bersaniani. La delusione, tra i dem, è evidente. Così come la tensione. Nessun dirigente si è fatto vivo in sala stampa, disertata nonostante il numero record (300) di accreditati. 

La minoranza interna, anche fisicamente, sembra aver già preso le distanze da Renzi, che con questi risultati si troverà sicuramente a dover fronteggiare presto la richiesta di dimissioni. Andrea Orlando ha disertato il Nazareno, per seguire lo spoglio a La Spezia, nel suo collegio. E anche il premier Paolo Gentiloni ha scelto il suo ufficio a palazzo Chigi. Il primo argomento di discussione sarà quello della composizione della delegazione da inviare al Quirinale per le consultazioni: dovrà essere meno renzizzata, è la richiesta della minoranza.

 

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